Vincitore del premio alla carriera
Aleksij Kobal
Pittore accademico
Nella mostra Bonjour, Monsieur RGB, l’artista presenta dipinti realizzati dal 2024 a oggi. Variegata nel linguaggio visivo e densa di richiami iconografici, la selezione delle opere recenti illustra con efficacia il modo organico in cui l’artista attraversa i diversi cicli pittorici. Pur nelle differenze evidenti e negli scarti consapevoli, i cicli restano connessi e scandiscono un ritmo coerente di forme e significati. A questa chiara continuità si accompagna una ricerca costante, insieme a un continuo affinamento della tecnica. È così che l’aspetto, l’atmosfera e l’iconografia delle opere si riconfigurano e si arricchiscono di volta in volta. Esse procedono al passo con un mondo in perenne mutamento, che l’artista riflette attraverso stratificazioni simboliche in modo diretto, intransigente e sempre sensibile. Questa mostra mette in risalto il paradosso sempre più acuto di una realtà apparente: da un lato aleggia un mondo votato alla rovina, pervaso dalla tecnologia; dall’altro assistiamo agli ultimi respiri della natura, che scivola tra le dita avide e insanguinate dell’umanità.
Tra gli elementi più significativi dei dipinti figura l’immensità senza fine del cielo. Architetture sospese, nuvolette rinascimentali, montagne che si innalzano, cime di conifere, mani divine e giganti che si voltano: un insieme di elementi accuratamente elaborati si colloca, in un modo o nell’altro, entro l’immagine inconsueta di una sfera reticolare. A uno sguardo più attento, il cielo si rivela una complessa matrice informatica. Ora di un rosso vivo, ora rosato, verdastro o grigiastro, la sua vastità cede il posto a una griglia geometrica sinuosa, dove l’impiego intenzionale della stampa digitale dà forma a un nuovo mondo virtuale. Stampare direttamente sulla tela la matrice prescelta diventa un gesto artistico consapevole, una presa di posizione esplicita, quasi un manifesto. È un gioco lucido sull’idea che la tela – oggetto fisico, analogico e fatto di materiali naturali – sia composta di pixel. Il cielo raffigurato evoca uno schermo e si avvicina così alla familiare zona di conforto dell’essere umano contemporaneo, che trascorre gran parte delle ore di veglia a fissare schermi di ogni genere. Le opere interpellano, e persino alimentano, la consueta dipendenza dello spettatore dalla sfera digitale. L’artista ottiene questo effetto non solo trasferendo una matrice informatica la cui geometria ricorda cunicoli spazio-temporali senza fine o glitch imprevedibili, ma anche attraverso una particolare tavolozza. Il modello cromatico RGB – la combinazione di rosso, verde e blu alla base di ogni schermo – viene dipinto o stampato sulla tela con colori materiali. La realtà cambia supporto: pittura e digitale si intrecciano. Si potrebbe persino parlare di un’adesione deliberata alla logica del mondo digitale: l’esperienza umana del consumo reiterato di innumerevoli pixel luminosi viene trasposta in modo sovversivo sulla tela, un supporto gravido di storia dell’arte e per il quale, nella teoria del colore, prevale un diverso cerchio cromatico. Ne scaturisce una domanda ironica sull’esistenza di una realtà autentica e sul senso – o nonsenso – delle illusioni che abbiamo interiorizzato.
Sul fondo reticolare, che risucchia lo sguardo in un’illusione seducente, si dispongono numerosi elementi figurativi, resi con una pennellata più tradizionale. Nuvole realistiche e soffici, alberi organici e verosimili appaiono quasi deviazioni casuali; instaurano una tensione inattesa fra due realtà. Sottolineando l’inquietante ambivalenza del reale, l’artista non sembra ammonire né voler impartire lezioni morali: si limita a mostrare le cose per quello che sono. Nuvole sospese, alberi, montagne e antichi palazzi introducono nei dipinti qualcosa di noto e familiare, un universo figurativo classico, pittorico, fatto di forme riconoscibili. Eppure l’artista gioca con l’idea che all’essere umano contemporaneo continui a essere più vicino il digitale: ciò che funziona come parvenza, simulazione, matrice o illusione.
La realtà umana e il modo in cui la interpretiamo prendono infatti forma, oggi, attraverso la sfera digitale. Esistono l’ambiente fisico e la natura; al tempo stesso esiste un mondo virtuale nel quale viviamo realmente. Ed entrambi vanno alla malora.
Le opere esposte recano titoli come Il cielo sopra Gaza, Pentagono, La Grande Muraglia cinese, La torre di Babele e La nascita del colosso. Già i titoli alludono alla crisi del mondo presente e allo spirito di un’epoca segnata da un’angoscia paralizzante, da una paura crescente e da un’incertezza assoluta. Molti contenuti sono legati direttamente alla guerra e alle idee di difesa, sicurezza, sorveglianza e violenza. Le facciate della Mladika, edificio locale che oggi ospita importanti ministeri, sono per esempio contrapposte a formare un pentagono. Silhouette dipinte di profughi che si affrettano accanto al complesso sospeso smascherano l’immagine del Ministero degli Affari Esteri sotto le sembianze del Pentagono. Altrettanto imponente è un gigante minaccioso che, voltandosi, emerge al di sopra delle nuvole. Il gesto della mano e l’intera postura rimandano al Colosso, opera associata al pittore spagnolo Francisco de Goya. Quel dipinto fu realizzato durante la guerra d’indipendenza spagnola. L’aggressività, l’oscurità e la monumentalità del gigante simboleggiano il potere, il dominio, la guerra e la morte. Accecato, con la testa fra le nuvole e carico di disprezzo, egli evoca il ripetersi della storia e gli orrori della guerra contemporanea, potenziata dalla tecnologia. Da questo punto di vista, le opere in mostra si fanno metafore ammonitrici che si avverano sotto i nostri occhi. I due dipinti più recenti includono persino l’immagine di una mano colossale, forse divina, che si protende da un cielo indefinibile e interviene con decisione in una forma geometrica tridimensionale e, soprattutto, digitale. Sotto il palmo c’è una campana disegnata per terra: il semplice gioco tradizionale dei bambini che risveglia il ricordo di un’infanzia spensierata e, insieme, allude a diverse concezioni del sogno e al gioco dell’inconscio. Nonostante i temi affrontati, alle opere non manca un gradito senso di magia e di atemporalità. Anzi, esso si rivela come una sommessa consolazione nelle finezze visive, nella sperimentazione tecnica, nella scelta dei motivi e nella sequenza delle opere in mostra. Anche il titolo della mostra richiama una figura centrale del Realismo artistico ottocentesco e allude argutamente al dubbio sempre rinnovato sulla possibilità di rappresentare la realtà e al dialogo incessante con la tradizione storico-artistica. Bonjour, Monsieur RGB ci ricorda che un artista può essere romantico; il mondo, decisamente, non lo è.